Nessuna Resa Mai

1 Settembre 1990
Massimo Priviero
Blue Team Music SRL
Producer: Little Steven
Number of discs: 1

Ad ottobre del 1990 dunque esattamente 30 anni fa uscì, per Warner Music, NESSUNA RESA MAI. Era il mio secondo album. Ricordo che c’era molta attesa anche a seguito dei risultati dell’album precedente. E c’era la produzione di Little Steven Van Zandt, la sua prima a livello europeo, che creava ulteriore grande interesse. Vissi il tempo dell’incisione in modo che ricordo assai felice. In fondo idealismi e pure la forte ingenuità di allora mi tennero al riparo da stress come dall’accorgermi delle parecchie porcherie che mi si stavano preparando intorno. Ma di questo oggi, e da tanto tempo, chissenefrega. Ne uscì, per scelta mia e di Steve, un album molto “naturale”. Molto folk rock. Senza alcun effetto e senza quel sound spesso artefatto che aveva caratterizzato molti dischi del decennio precedente. Quasi in presa diretta. Caratteristica che in quel momento stava riprendendo fiato oltreoceano. Ricordo per esempio che decidemmo di non utilizzare ogni traccia di tastiera incisa. La mia voce era ancora parecchio in evoluzione e l’uso “semplice” che ne feci fu fatto per essere al servizio del sound che avevamo creato. Le canzoni che compaiono furono scritte nel mio primo anno milanese vissuto in un monolocale in affitto dopo che la mia vita, da ormai un paio d’anni, si era del tutto ribaltata. Come dicevo, ci sarebbero intorno mille storie da raccontare che qui non faccio. Resta però che NESSUNA RESA MAI, una canzone di amicizia forte e di umana resistenza, diventò da allora una specie di timbro in cui tanta gente che mi è stata e mi è vicina decise di riconoscersi e per certi versi di identificarsi.
Accade ancora oggi. A maggior ragione visti i tempi che viviamo.
Massimo

 

Un amico irlandese

Ho sempre avuto grande passione per l’Irlanda. A quel tempo era passione assoluta, tanto che l’anno dopo Nessuna Resa Mai io e mia moglie, splendida anche dei suoi capelli rossi, facemmo lì il nostro viaggio di nozze e lì anche concepimmo nostro figlio. Penso di avere da qualche parte tra i miei antenati un po’ di sangue irlandese. Così nei miei vagabondaggi giovanili in giro per l’Europa una delle persone con cui avevo diviso del tempo splendido, che ancora mi era ben fisso nel cuore, era stato quello con un giovane musicista irlandese. Eravamo stati amici veri, se chiamiamo amicizia anche l’incrocio di anime simili che dividono anche solo un piccolo pezzo di strada. Ogni tanto mi tornava in mente il tempo passato con lui. Sogni e innocenza comune. Da lì nacque questa canzone. Ho sempre convissuto bene con le giornate di pioggia. Anzi, è un elemento naturale che spesso ben si concilia col mio animo. Non ci credereste ma spesso la pioggia mi mette di buon umore e non confligge con quella che chiamereste mia parte latina. Con questo amico irlandese mi ritrovai una sera ad approfondire la questione. Ricordo quando mi disse quanto la pioggia potesse avere, specie per un irlandese abituato a conviverci quasi quotidianamente, un valore in qualche modo di purificazione. Come se la pioggia lavasse un po’ i peccati del mondo, detto in due parole e per capirci. E fu lui che mi disse che c’era un vecchio modo di dire irlandese, appunto “rain on you”, che diventava quasi un augurio di buona strada, di buona vita. Come se la pioggia fosse un onesto compagno di viaggio che rende più puri i tuoi passi e ti insegna a camminare sul tuo sentiero di vita. Ho sempre ripensato a lui con grande affetto e tenerezza. Spero abbia fatto la vita che desiderava e spero abbia conservato almeno un po’ quel tratto di sognatore innocente che lo contraddistingueva. E che ci fotografava entrambi mentre facevamo la nostra strada.

 

Quando l’amore arriverà in città

C’era una canzone degli U2 che amavo molto in quel periodo e che spesso cantava nella mia testa. Si intitolava “When love comes to town” e aveva dentro un loro splendido duetto con B.B. King. Credo che l’idea del titolo sia arrivata da lì. Poi, all’interno dell’album, ci poteva stare anche un momento che chiamereste più leggero per quanto i flash di testo parlino di chi si guarda intorno e vede un mondo ancora oppresso da conflitti e fame.
L’amore assoluto come aspirazione, come pacificazione dunque. In tutto questo, per esempio a memoria credo sia l’unica canzone con dentro delle voci di coriste donne fatte con l’intento di “alleggerire” il carico del pezzo. La loro era una delle poche take sopravvissute alle registrazione antecedenti, fatta tra l’altro in un una rara giornata di studio in cui io non ero presente. Per cui, con mio sommo dispiacere di allora, non ebbi mai modo di incontrare quelle coriste né usai cori femminili quando qualche mese dopo partimmo col tour a supporto dell’album. Ricordo che una sera si innescò una divertente discussione riguardante l’avvenenza ormai mitica delle coriste, presunta o reale che fosse. Sapete, quei discorsi un po’ di basso livello fatti tra maschi chiusi da troppi giorni in uno studio di registrazione alla periferia di Milano. Parecchio da vergognarsi, se presi razionalmente, molto comprensibili se considerate con un sorriso la quotidianità di quei giorni. Poi ricordo che ogni sera, prima di proseguire le incisioni che andavano avanti fino a notte, c’era questo break a tavola per la pasta cucinata in varie modalità dall’assistente di studio. Era un giovane in gamba anche su questo. E quando la cottura era a posto veniva ad avvertire che era pronto. Fate conto “ok ok dieci minuti e arriviamo…”. Dopo dieci minuti se non ci spostavamo verso la cucina tornava a chiamarci. Con un tono che non ammetteva repliche. Soprattutto di rispetto verso la pasta. “Non vorrete mica mangiare la pasta con modalità orrenda cottura americana?” Seguiva sguardo di rimprovero a Van Zandt. Ma anche Steve, che aveva soprannominato quel ragazzo “little Caesar” appurato che al riguardo decideva lui, dovette arrendersi alla corretta cottura della pasta. Che in quel momento aveva il valore dell’amore assoluto arrivato in città.

 

Le voci delle piazze

In quel periodo mi piaceva molto cercare canzoni diciamo di rock mainstream che magari erano di band o di artisti non così affermati, almeno in Italia. Ascoltavo di tutto. Soprattutto come dicevo rock d’autore ma anche andavo matto per la musica irlandese per esempio. La canzone all’epoca me la fece conoscere un discografico della serie “secondo me se ti piace e magari potreste farne qualcosa di buono in italiano”. Per altro era stata inserita nella colonna sonora di un film di cassetta in quel periodo etc etc. Scrissi un testo sull’onda del periodo che stavo vivendo che era di particolare coinvolgimento. Mi sembrava che la musica ancora riuscisse “a spostare” la gente dal punto di vista sociale. A posteriori non solo non era così, come poi le esperienze a ridosso mi avrebbero fatto capire, ma forse addirittura stavo vivendo giusto la fine di quel tipo di approccio. Che probabilmente aveva avuto nella battaglia pro Mandela il suo apice e il suo compimento. Ricordo che mi trovai a vivere giusto in quel periodo una grande parodia di concerto per la pace, Roma piazza San Giovanni con centomila persone, che finalmente mi fece realizzare quanto strumentale e fondamentalmente falsi fossero ormai quel tipo di eventi. Dai quali poi mi chiamai fuori con grande piacere. Questo però accadde dopo qualche mese dall’uscita dell’album. E viceversa “Le voci delle piazze” in quei mesi mi fischiavano dentro molto forti. Come l’idea di un mondo migliore e tutto quello che ci va insieme. Però il riff della canzone girava molto bene. E le parole uscivano e suonavano molto naturali. Ed era un piacere eseguirla ai concerti.

 

Nessuna resa mai

Ho parlato già tante volte di questa canzone. E tante volte l’ho suonata in modo diverso. Più aggressivo o più struggente. Più d’assalto o più riflessivo. Il senso è l’amicizia forte e l’umana resistenza, come sapete. Forse non ho mai raccontato che fu l’ultima canzone dell’album che composi. Eravamo ancora nella parte che chiamereste di preproduzione. La casa discografica aveva fatto gli accordi con Van Zandt a cui avevo mandato tutto il materiale originario dell’album. Voleva dire più o meno i brani chitarra e voce coi testi tradotti e qualche take registrata di ritmiche che poi avremmo salvato insieme. Restava un po’ di tempo buono in studio e la scrissi prima che iniziassimo il lavoro di incisioni finali insieme. Una cosa particolare che mi ricordo è che il riff originale della chitarra, sulla parte strumentale nella mia testa doveva richiamare una melodia di aria classica. La comunicai più o meno ad Elio, il chitarrista di quel momento che pure mi affiancava nelle idee di arrangiamenti. Convinto che nessuno avrebbe mai capito a che aria di opera potesse essere ispirata. Qualche mese dopo, alla fine di un concerto, una signora che credo fosse la madre di una ragazza che era presente ad un live mi avvicinò alla fine. Sapete come va, complimenti, saluti, etc etc. mi disse “Bella quella canzone rock” dove lei si richiama ad “Amami Alfredo” “Sempre amato Verdi, signora!”.
Ricordo quando in studio una volta Steve mi chiese la traduzione del titolo. “Fai conto che sia una cosa tipo “Don’t give up” oppure “Hold on”! Va beh, mi arrendo! Forse la traduzione più corretta è no surrender!” Mi guardò con aria un po’ sospetta. Poi scoppiammo a ridere entrambi.” Però è anche vero quel che mi disse un giornalista tempo dopo, quando lo incontrai che aveva su la maglietta “nessuna resa mai”. “Sai Massimo, fino a nessuna resa ci stava e magari non era neanche così originale. E’ quel mai che hai aggiunto alla fine che cambia termini!” “Già! E’ una specie di splendida condanna che mi son fatto da solo!”

 

La storia di Jerry

Jerry Masslo era un ragazzo nero che raccoglieva pomodori ammazzato a Villa Literno. All’epoca la storia aveva fatto molto rumore. Considerate che 30 anni fa il discorso “immigrazione” aveva valenza ben diversa da quella assunta negli ultimi anni. In tutto questo, se c’è una cosa che ho sempre considerato del tutto ripugnante è qualunque forma di razzismo basata sul colore della pelle. Avevo scritto questa canzone con molto struggimento e molta tenerezza. Pronto a schierarmi, lo feci poi in varie occasioni, su questo tema. Certo immaginando poco che questo potesse essere per molti, anche in quell’epoca, solo un modo utile di mettersi in mostra alla stregua del “politicamente corretto” dei nostri tempi. Mi ricordo bene di quando mi contattò il presidente di “Sos racisme Italia” per avere un incontro con lui. Era un quarantenne nero particolarmente colto e particolarmente
impegnato. Mi chiese se potevo fare da testimonial e accettai con piacere ed orgoglio. Ricordo che ne parlai molto con Steve, che si era parecchio schierato in quegli anni insieme a vari artisti internazionali, sul fronte della liberazione di Nelson Mandela. Ora, la musica in quel tempo poteva avere ancora un impatto fortissimo diciamo sulla politica. Nel senso che se non ne condizionava scelte poteva tuttavia accendere luci e tenere forte la pressione su certe questioni. Far aprire occhi. Sensibilizzare. Tenere vive le coscienze. Non era tempo di internet. Non era tempo in cui potevi sapere le cose in tempo reale scegliendo magari poi a chi credere. Dunque certe prese di posizione, magari legate e raccontate in eventi live, avevano anche il potere di informare, di far sapere quel che magari non ti arrivava. E potevano avere un impatto fortissimo sull’opinione pubblica. Erano un’arma formidabile in mano alla musica. Che ognuno usava seguendo la sua sensibilità e le sue possibilità. “In nome di una vita migliore”.

 

Suonando sui marciapiedi

Tante volte ho raccontato dei miei viaggi da menestrello di strada intorno ai miei vent’anni. Oggi si direbbe vita da busker. Questo accadde in quell’epoca. E mi porto dentro ricordi meravigliosi forse quanto era meravigliosa la mia innocenza di allora. “Suonando” era una specie di flashback di quel tipo di vita. Una specie di pennellata un po’ impressionistica e struggente. Messa in piedi su una ritmica che poteva tradurre proprio questo viaggio di un treno che approdava lentamente ad una stazione. Fate voi Parigi, Berlino, Londra. Quel che preferite. E scattatemi una fotografia ideale ad inizio degli anni ottanta. Ero un ragazzo parecchio solitario. Ma questi viaggi giovanili finivano spesso per diventare incroci fortuiti con altri musicanti sognatori. E così un po’ finivano di essere solo dei viaggi da solitario. E tutto nella mia testa andava bene, non è un caso che lo ripeta nella canzone. Tutto andava bene perché non serviva altro che questo in quel tempo della mia vita. Negli ultimi anni, parlo del tempo pre covid, sono stato spesso a Londra anche perché lì vive mio figlio ormai da parecchio tempo. Ogni tanto ho girato vagabondando da solo se volete alla ricerca del mio tempo perduto, giusto per fare una citazione letteraria. Ancora ho visto ragazzi suonare in qualche angolo di strada. Certo molto meglio organizzati e attrezzati di come accadeva ai tempi in cui lo facevo anch’io. Però mi colpiva molto vedere che suonavano e cantavano ancora tante canzoni che anch’io facevo. Fate conto Dylan o Beatles per far due nomi. Poi, certo, anche Ed Sheeran e cose assai più “contemporanee”. Chissà, probabile che le anime dei menestrelli non abbiano tempo. Probabile che rimangano assai simili anche se il mondo nel frattempo si è ribaltato. E probabile che a distanza di decenni io continui ad essere nella mia testa fondamentalmente uno di loro.

 

Padre del mondo

Alla terza volta che un giornalista, in una qualche intervista, chiamò “Padre del Mondo” una preghiera laica mi arresi. Probabile che la definizione gli suonasse bene e mettesse a posto alcune cose poco probabili per i luoghi comuni in cui un rocker andava infilato in Italia. E quando mi azzardavo a dire che ero un credente, pur tra miei limiti e contraddizioni, sembrava a molti arrivava come se dicessi che credevo ancora a Babbo Natale. Così cominciai a dire anch’io che era una preghiera laica. Era una definizione che aveva poco senso ma evidentemente il concetto suonava bene. Poi, mi rendo conto che questo sarebbe un argomento un filo più complesso di queste poche righe. La canzone mi arrivava molto bluesy e le slide di chitarra arricchivano giusto questo sapore che girava nella mia testa. La ritmica la faceva rotolare il giusto. Credo di aver approfondito questo concetto di “spiritualità” molto meglio in successive canzoni ma questa è stata certamente la prima in cui ho iniziato a farlo. Personalmente, al di là di una fede, credo che la nostra fragilità ci porti inevitabilmente a dover alzare gli occhi al cielo in cerca di una qualche risposta a quel che non capiamo. Credo sia una specie d’atto di umiltà che ci è necessaria.

 

Dormirò quando sarò morto

Passavamo lunghe giornate in studio per le registrazioni. Finivamo più o meno alle 2. A quel punto per me andava bene tornare verso casa. Il giorno dopo in tarda mattinata avremmo ripreso. Ecco, fate conto che verso le 2 il problema di Steve Van Zandt era di capire se ci fosse in centro a Milano un locale
interessante ancora aperto. Fate anche conto che però io avevo appena iniziato a convivere con quella che l’anno dopo diventò mia moglie. Dunque non era proprio il massimo che mi unissi a lui e che tornassi all’alba magari cercando la strada di casa un po’ da sconnesso. “Com’è Steve, non vai a dormire un po’? O pensi di farlo quando sarai morto?” Risate. Andò così che buttammo giù la canzone in un paio d’ore. Elio Fabro, il mio chitarrista in quel momento, da un po’ trafficava sulla sua acustica con quella progressione armonica. Una specie di riff un po’ Stones. Però in acustico. La firmammo a sei mani, non c’era problema. E il testo che scrissi girava esattamente intorno alla frase che lanciai al mio produttore. Credo gli piacque molto. Era un’idea un po’ “vitalistica” e parecchio rock’n roll se volete. Molto coerente anche con certo americanismo di fondo, giusto
parlando di rock’n roll. Però confesso che in quei mesi continuai a fare il bravo ragazzo e a rientrare a casa alle 2 e non al mattino.

 

Angel

ANGEL è una canzone essenzialmente felice. Fotografa la storia di una ragazza, se volete di un’amore, uscita da un tunnel per ritrovare luce e voglia di vivere. Il testo se volete è un po’ criptico. Come un tratto “impressionistico” che fotografa un momento di vita. Ma non volevo parlare esplicitamente di uscita da un problema di droghe per lasciare che questo si intuisse e si percepisse tra le righe dopo che uno avesse un po’ scavato dentro la canzone. Mi interessava di più il fatto che l’inciso non avesse parole e che fosse, se così si può dire, “cantabile”. Questa fu la ragione degli sha la la ricorrenti. ANGEL fu la prima canzone che scrissi dell’album, dalla quale tirammo fuori anche un video che facemmo insieme io e Steve. Ed è stata una canzone che ho suonato mille volte in modo diversi cercando di conservarne il senso iniziale che in fondo voleva essere quello di un sorriso “senza tanti discorsi intorno”.

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